mercoledì 28 gennaio 2009

Anche io la penso così.

Come tecnico, la penso nello stesso modo del professor Franco Battaglia.
Però siamo pochi, per ora.

Auto ecologica, Barack il verde illude gli Usa


So che siamo fuori dal coro, ma dobbiamo avvertire: l'annunciata politica energetica di Obama, se attuata, sarà una calamità. Obama ha dichiarato: «Sfrutteremo il sole, il vento e la terra per alimentare le nostre auto e le nostre industrie». Capisco che Obama sia animato da buone intenzioni, come dimostrerebbe il fatto di ispirarsi ad Al Gore, che è premio Nobel per la Pace; ma qualcuno dovrebbe ricordargli che quelle, com'è noto, sono il lastricato delle vie per l'inferno; e informarlo che la patente di Nobel per la Pace potrebbe trarre in inganno, visto che anche Hitler vi fu candidato.
L'errore di Obama - gravissimo errore, con esiziali conseguenze - è ritenere di affrontare crisi e disoccupazione creando posti di lavoro nel settore della produzione d'energia. Il ragionamento è pressappoco questo: per produrre energia da eolico o fotovoltaico (FV) servono 10 volte gli addetti che servono per produrla da carbone o nucleare; ergo, incentivando sole e vento creiamo posti di lavoro. Ciò che Obama non comprende è che l'energia è un bene molto particolare. Noi non vogliamo energia, ad esempio elettrica, in sé (come accade con qualunque altro bene), ma perché essa ci serve per produrre ogni altro bene desiderato. Allora, ciò che crea posti di lavoro non è la produzione ma il consumo d'energia e, pertanto, la sua disponibilità abbondante ed economica. Altrimenti faremmo presto: diamo a 3 milioni di disoccupati una bicicletta e facciamoli pedalare per produrre elettricità. Creare posti di lavoro nei settori eolico e FV è come creare una squadra d'operai che scavi buche di notte e un'altra che le riempia di giorno. Perché? Semplicemente perché eolico e FV, non essendo compatibili con le modalità con cui noi abbiamo bisogno di energia, sono come le buche: inservibili.
Obama ha anche promesso di voler «aumentare al 10% la produzione di energia elettrica da rinnovabili». Ma avrebbe dovuto dire diminuire al 10%, visto che il contributo delle rinnovabili alla produzione elettrica americana era, nel 1985 ad esempio, del 13%. Il mio pronostico - e accetto scommesse - è che al 2012 quel contributo sarà inferiore all'8%, ed è fondato su una banale interpolazione lineare eseguita sui dati degli ultimi 30 anni, quando il contributo delle rinnovabili (quasi tutto idroelettrico) passò all'11% nel 1995 e al 9% nel 2005. E ciò a dispetto del fatto (anzi, proprio grazie al fatto) che in 20 anni la potenza installata FV è aumentata del 100% e quella eolica del 1000%.
Più recentemente pare abbia detto di voler promuovere l'auto da 15 km/l, cosa che ha fatto apparire alcune prime pagine italiane con titoli del tipo: «Rivoluzione di Obama: sì all'auto ecologica». Rivoluzione? Sarà, ma la mia auto ha 8 anni e percorre 16 km con un litro. Infine, Obama intenderebbe anche «ridurre i consumi elettrici del 15% rispetto ai valori attesi del 2020». Come possa riuscirci, visto che, molto lodevolmente, intenderebbe anche promuovere l'auto elettrica, è un mistero. Delle due, l'una. O Obama riuscirà non solo ad operare quelle riduzioni ma anche a far imbufalire il popolo americano che, sempre più affossato nella conseguente recessione economica, più che rieleggerlo aspirerà a farlo nero (nessuna ironia). Oppure i consumi elettrici americani seguiranno il corso naturale di un Paese che avrà ripreso la propria solidità economica, e Obama verrà rieletto. Auguro a lui la seconda cosa che ho detto.

( copyright IlGiornale)

venerdì 23 gennaio 2009

Oggi mi sento così


Quale parte della parola
NO
non è chiara?





(citazione da BigD Davide Bianchi --  www.soft-land.org)

martedì 20 gennaio 2009

La storia renderà giustizia a G.W.Bush

Il "redde rationem" è sempre uno sport difficile e controverso.
Personalmente, nel giorno dell'insediamento del nuovo Presidente degli Stati Uniti, credo che l'attuale presidente verrà molto rivalutato nel futuro.
Giovedì scorso, nell'ultimo discorso alla nazione da Presidente, ha detto:
"..Col passare degli anni, la maggioranza degli americani è stata in grado di tornare a vivere una vita normale, come prima dell’undici settembre. Ma io no. Ogni mattina ho ricevuto i briefing sulle minacce alla nostra nazione. E ho giurato che avrei fatto tutto quanto in mio potere per mantenerci al sicuro "

lunedì 12 gennaio 2009

Avere idee chiare

"Non bisogna temere l'esito finale, ma quanto più si manterra' la politica delle mezze misure, tanto più si allontanera' la fine del conflitto"

Winston Spencer Churchill parlando della guerra all'islamismo militante nel libro The Story of the Malakand Field Force, 1898, sulla guerra afgana.

martedì 23 dicembre 2008

Merri Cristmas End Eppi Niu Iar

Scusandomi per la latitanza dell'ultimo periodo, invio gli Auguri ai miei quattro lettori di manzoniana memoria... in stile AiEveEDrim
auguri 2008 - ainpospio

giovedì 30 ottobre 2008

Luca Ricolfi chiarisce la situazione sulla scuola

Ogni tanto si leggono articoli che sono destinati a lasciare un segno.
Oggi mi succede con Luca Ricolfi, economista di sinistra, che spiega in un lungo articolo su LaStampa la vera situazione sulla scuola al bando da tanta demagogia.
Fatti, non populismo o strumentalizzazione, raccontati da qualcuno che non è sicuramente vicino al governo.
Meditate gente, meditate...

" DUE PATTI SCELLERATI













LUCA RICOLFI
Il decreto Gelmini è stato convertito in legge, scuola e università sono in agitazione. Il mondo della scuola scenderà in piazza oggi (chissà perché dopo e non prima dell’approvazione del decreto?), mentre l’Università si mobiliterà il 14 novembre, per combattere tagli che furono decisi fra giugno e agosto, quando il Partito democratico riteneva inopportuno scendere in piazza («Noi manifesteremo il 25 ottobre»). Misteri della politica italiana.

Ma parliamo della sostanza. Che cosa sta succedendo nella scuola e nell’università? Perché studenti, docenti e genitori paiono trovarsi dalla medesima parte della barricata?

Quel che sta succedendo è relativamente chiaro, almeno per chi conosce i dati di fondo dell’istruzione in Italia e riesce a non farsi accecare dalle proprie credenze politiche. Sia la scuola sia l’università dissipano una quota di risorse pubbliche considerevole, nel senso che spendono più soldi di quanti, con un’organizzazione più efficiente, basterebbero a garantire i medesimi servizi. Su questo, quando si trovano al governo, destra e sinistra la pensano allo stesso modo.

Chi avesse dei dubbi può consultare due documenti del governo Prodi (il «Quaderno bianco sulla scuola» e il «Libro verde sulla spesa pubblica»). Credo non si sia lontani dal vero dicendo che, con una migliore allocazione delle risorse, sia la spesa della scuola sia la spesa dell’università potrebbero essere ridotte di almeno il 10 per cento a parità di output.

La novità di questi mesi non sta nella diagnosi, ma nella determinazione con cui si sta passando dalle parole ai fatti: la destra al governo sta facendo con la consueta ruvidezza molte cose che la sinistra stessa, magari con più garbo, avrebbe fatto se ne avesse avuto la forza, il tempo e il coraggio (fra queste cose c’è, ad esempio, il rispetto delle norme Bassanini sul numero minimo di allievi per scuola, varate dal centro-sinistra ben 10 anni fa). Del resto fu lo stesso Padoa-Schioppa, all’inizio della scorsa legislatura, ad avvertirci che certi sprechi non possiamo più permetterceli e a ricordarci che il problema di eliminarli dovremmo porcelo comunque, persino se avessimo i conti perfettamente in ordine: ogni spesa, infatti, ha un «costo opportunità», ossia è sottratta ad impieghi alternativi (se buttiamo al vento 8 miliardi per false pensioni di invalidità, automaticamente rinunciamo a una cifra equivalente in asili nido, sussidi di disoccupazione, aiuti ai poveri, sostegno ai non autosufficienti ecc.).

Su questo il governo ha ragioni da vendere, anche se non si può non rilevare che molte misure - pur condivisibili negli obiettivi - diventano criticabili per il modo in cui sono messe in pratica. È il caso, per fare l’esempio più importante, dei tagli all’università, che sarebbero ben più accettabili se punissero ancora più duramente gli atenei in dissesto, ma premiassero con più e non meno soldi gli atenei virtuosi.

Ma quella degli sprechi è solo una delle due facce del problema dell’istruzione in Italia. L’altra faccia è il tragico declino dei livelli di apprendimento, la scarsissima preparazione dei nostri diplomati e laureati, specialmente nelle regioni meridionali. Di questo sono corresponsabili ministri e docenti, ma anche gli studenti e soprattutto le loro famiglie. Il sistema dell’istruzione in Italia si regge su due patti scellerati: nella scuola, il patto fra insegnanti e famiglie, nell’università il patto fra docenti e studenti. Il cardine del primo patto è: l’importante è che il ragazzo sia sereno, vada avanti senza soffrire troppo, prenda il diploma; che poi impari molto o poco conta di meno. Il cardine del secondo patto è: l’importante è arrivare alla laurea, non importa in quanto tempo e imparando che cosa; noi professori pretendiamo sempre di meno da voi studenti, voi studenti non ci importunate e vi accontentate di quel poco che riusciamo a trasmettervi. Naturalmente ci sono anche - nella scuola come nell’università - isole felici e importanti eccezioni, ma il quadro generale è purtroppo diventato questo.

Sono precisamente i due patti non scritti che spiegano l’inconsueta alleanza fra una parte dei docenti, una parte degli studenti e una parte dei genitori. I docenti difendono i posti di lavoro (nella scuola) e le carriere (nell’università). I genitori difendono una scuola che insegna poco e male, ma in compenso non stressa i ragazzi e risolve non pochi problemi reali delle famiglie, specie quando la madre lavora. I ragazzi sono preoccupati per l’avvenire e temono di essere le uniche vittime dei cambiamenti che si stanno preparando per loro.

E hanno perfettamente ragione. Solo che indirizzano la loro ira verso il bersaglio sbagliato. Se fossero calmi e lucidi avrebbero già capito che il futuro non glielo ruba la Gelmini, ma glielo hanno già rubato molti degli adulti al cui fianco marciano con tanta convinzione. La precarietà dei giovani e il ristagno del sistema Italia sono anche il risultato non voluto e non previsto di una lunga e colpevole disattenzione per la qualità dell’istruzione. Il governo non è certo innocente, perché non c’è quasi nulla nei provvedimenti di cui da mesi si discute che lasci prefigurare un innalzamento apprezzabile del livello degli studi, e c’è persino qualcosa che fa temere un ulteriore declino. Ma coloro che aizzano bambini e ragazzi contro le misure del governo non la contano giusta: se davvero avessero a cuore il futuro dei nostri giovani si batterebbero come leoni per tagliare i rami secchi e rendere gli studi molto più seri, più rigorosi, più profondi. Perché lo smarrimento e l’angoscia di questa generazione sono genuini e pienamente comprensibili, ma sono anche il frutto della superficialità con cui gli adulti hanno permesso la distruzione della scuola e dell’università.


"
Luca Ricolfi, copyright LaStampa 30 ottobre 2008